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Jan Vermeer, Ragazza col turbante |
Pubblichiamo questo post in seconda "edizione" dopo averlo postato sull'altro blog "Tra sogni e realtà" per permetterne la lettura anche a chi ci segue solo qui, in considerazione del coinvolgimento che là ha suscitato.
Che cancro non fosse una bella parola lo realizzai abbastanza presto durante la mia infanzia.
Che cancro non fosse una bella parola lo realizzai abbastanza presto durante la mia infanzia.
Era
inserita in una colorita, arrabbiata espressione mal augurante della
mia terra virgiliana, rivolta verso qualcuno non troppo gradito.
E
siccome era anche spesso associata a non meglio comprensibili costumi
sessuali della genitrice del destinatario, ”cancro” era parola coperta
da un alone di indicibilità e di scandalosità.
Ero l’ultimo nato
di una numerosa famiglia, da genitori maturi, che si erano espressi
sufficientemente prima della guerra e che, per gli eventi bellici,
avevano dato uno stop a programmi di ulteriore espansione demografica.
Mi ritrovavo, perciò, con fratelli molto più grandi e, ovviamente, più sapienti.
Così
un giorno verso la metà degli anni ’50 chiesi delucidazioni sul cancro
alla mia sorella grande che studiava medicina. Ne ricavai l’idea che il
cancro, detto anche tumore, fosse una malattia grave, poco curabile,
caratterizzata da un impazzimento delle cellule di un organo del corpo,
follia distruttiva per l’organismo.
La “spiega” della mia amorevole sorella non andò oltre. Mi risparmiò etiologia e terapie.
Acquisii così il concetto di una nuova malattia.
Avevo
concreta cognizione dei pruriginosi esantemi, della scuotente pertosse
e, di lontano, della terribile difterite e dell’ancor peggiore
poliomielite.
I vaccini erano ancora in sperimentazione. Sapevo
inoltre dell’esistenza del tetano con cui ci si poteva infettare
giocando ed escoriandosi nei prati. Ma per le ferite da gioco si poteva
ovviare attraverso l’esorcismo dell’orrido batuffolo di alcool metilico,
più doloroso della lesione stessa.
Percorrevo allora il periodo
della vita che gli appartenenti alla mia disciplina , la
neuropsichiatria infantile, chiamano età di latenza. Sono quegli anni in
cui le compagne di scuola vengono definite con spregio “le femmine” ,
cioè altro da te, e il gioco, la bici, la banda dei pari assorbono molte
pulsioni.
Il resto dell’energia psichica la puoi, se ce la fai, investire in apprendimento a 360°.
Nelle
subentranti e pervasive domande che facevo a raffica a genitori e
fratelli scoprii, così, il perché del mio nome: Franco. Ed era una
genesi un po’ luttuosamente sfigata.
Franco era lo zio materno, morto da militare a Roma durante la guerra, proprio di cancro.
Mia
madre ogni tanto narrava il suo dolente viaggio di ultimo saluto al
fratello terminale, da Mantova a Roma, all’Ospedale del Celio. Viaggio
in un’Italia tagliata in due dalla guerra.
Rammentava la tragicità
del momento, tra incursioni aeree, mezzi di trasporto di fortuna,
escamotages di piccola corruzione per evitare i tedeschi.
Quando ne parlava, mi sembrava proprio Anna Magnani di “Roma città aperta”.
Il
mio papà faceva il medico e precisamente il chirurgo generale. Era uno
di quei pionieri dell’era pre-antibiotica e proto sulfamidica che si
facevano da loro le anestesie operatorie e che passavano dalla chirurgia
addominale all’ostetricia, non disdegnando l’ortopedia settica.
Il
suo nume tutelare, in oncologia, era il coetaneo professor Pietro
Bucalossi, fondatore nel ’48 dell’Istituto dei Tumori di Milano.
Nelle mia “grulleria” infantile il professor Bucalossi non poteva aver cognome più appropriato.
Per
queste battute ero ovviamente redarguito, ora si direbbe cazziato, da
mio padre e da mia sorella che, per affinità e contiguità di interessi
intessevano fitti dialoghi.
Si inseguivano termini come diagnosi,
prognosi, anamnesi, emolisi, sinfisi, anastomosi…… Un tourbillon di
incomprensibili parole che finivano tutte in “si” e che per me, bambino,
sapevano di linguaggio da setta segreta.
Peggiore e più esoterico era il taglio fonologico, quando finivano in “oma” e “tomia”.
Sarcoma, carcinoma, colectomia, gastrectomia, se poi erano supportate dall’aggettivo totale mi suonavano di apocalisse.
In uno di questi simposi clinici domestici, un giorno colsi il racconto di un caso di mio padre.
Narrava
di un’orchiectomia totale subita da un giovane per stroncare il tumore
ormono-dipendente che gli stava lisando vertebre e bacino. Con la
soddisfazione larvatamente sadica dei chirurghi, quando centrano
l’obiettivo terapeutico, il mio papà ne raccontava con orgoglio
Anch’io, adolescente, gioii di partecipazione riflessa al successo di mio padre.
E, sempre per capire, volli approfondire. Mal me ne incolse
Per quanto prima detto, già sapevo che il duo tomia + totale non prometteva bene.
La
risposta a me,prepubere, intento quotidianamente a personale
fallometria e alla coltivazione dello stentato pelo, pubico e facciale,
suonò malissimo.
Con il cancro avevo ed ho un problema personale.
Ha ucciso, con varietà di forme, quattro persone della mia famiglia d’origine.
Si sta impegnando, anche, con una giovane discendente.
A volte è stato quasi generoso per la sua rapida esecutività.
A volte è stato impietoso per la sua illusiva, tarda recidività.
Comincio
a non contare più gli amici colpiti, i colleghi e, a volte, rimuovo,
dato che mi occupo di età evolutiva, il ricordo di miei piccoli
pazienti.
Anche la possibilità di elaborare il lutto, questo tipo di lutto, segnala un grande default.
Rischio l’anestesia affettiva, la sterilizzazione delle emozioni di partecipazione. Della simpatia in senso etimologico.
Ma, forse, non è così.
Milano
mercoledì 5 giugno 2012 ore 14,30, Via Valparaiso. Mi ritrovo dopo una
pesante riunione di lavoro in una via di Milano che mi è famigliare,
per aver avuto più di trent’anni fa il primo, speranzoso studio
specialistico.
Mi è, anche, gravosa nel ricordo un’estesa pozza di
sangue rappreso, quando vi giunsi in uno di quei terribili giorni della
nostra storia e mani stupidamente infami avevano stroncato la vita di
una persona dabbene: Walter Tobagi.
Mi siedo al tavolino rosso di un bar strutturalmente triste.
In
quello accanto c’è una donna giovane che fuma e che percepisco
confusamente con un copricapo colorato. Mi alzo per andare ad ordinare.
Il servizio non sembra celere.
Incrocio il suo sguardo . Il copricapo è un foulard e nasconde una teca cranica senza capelli.
Gli
occhi sono azzurri,dilatati dall’assenza di ciglia. I tratti del viso
sono bianchi e marcatamente slavi,come il suo bacino snello, androgino
.Un turgore si sfuma sotto la mandibola,nel collo diafano. In una
frazione di secondo penso: cortisone, chemio –terapia, cancro del
sangue.
Pensiero indebito,senza storia clinica, ma desolato automatismo.
Non reggo il suo sguardo. Ho paura che capisca le mie tristi fantasie.
Imbarazzato addento con immeritata foga il panino che per fortuna è giunto a stemperare il mio disagio.
C’è afa e le grida gioiose dei bimbi che giocano al vicino parco , non deviano il transito mesto dei miei pensieri.
Quanto
cancro c’è nella mia vita? Eppure non mi sono ancora vaccinato e
questa sconosciuta dell’Est mi disarma. Mi sento vigliacco a fingere
indifferenza, a irrigidire e stornare il mio sguardo. So che
l’indifferenza uccide più del cancro. Non mi piaccio così.
Mi
volgo dichiaratamente verso di lei e abbandonando il dispeptico
panino,le sorrido coniugando le volute di fumo della mia pipa con quelle
della sua ennesima sigaretta.
La complicità tra tossici all’aperto è rapida e produce il resto.
“Fa male - dice lei - il fumo”
Convengo con incoerente impudenza.
“La vita - ribatto - a volte fa anche peggio”.
Si alza e mi saluta. Dopo qualche passo torna indietro
“Grazie”- mi dice - e se ne va.
Doc
12 commenti:
molto bella e interessante questa pagina di vita, sembra presa da un libro già completato, tanto è scritta bene!!!
Ho lasciato le mie sensazioni sull'altro blog.
Questo male oscuro che invade il nostro corpo possedendolo e divorandolo come novello feroce animale venuto dalla sofferenza della nostra anima è caratteristica peculiare della società dell'oggi.
Raccogliendo i "si dice", mi convinco che il cancro trovi spazio là dove un qualche evento della vita lascia spazio a una debolezza del cuore e dello spirito.
Ma nel tuo incontro poetico con la giovane slava si legge un messaggio di speranza che ristora il cuore.
Ho letto con dolore questo articolo così avvincente. Non posso dire niente è passato troppo poco tempo da quando anche io ho fatto i conti col tumore di una amica carissima. Marco
Vado a vedere, ma mi pare di averlo già letto e, forse, commentato.
Riletto qui, non penso che il commento possa essere diverso da quello di allora, se ci fu: commovente, nella sua tragicità di fondo.
Ciao, per curiosità vado a controllare.
Infatti, ricordavo bene, solo che invece che commozione nuda e cruda avevo portato i miei ricordi.
Ciao ancora.
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SI AVVICINA IL
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Un abbraccio cara Ambra!
questa vicenda mi ha ricordato il dolore che ho provato quando mio nonno è morto di tumore, in pochi mesi lo consumò completamente.
molto bella la battuta , il fumo fa male ma vita di più
Gli auguri più sinceri perché la nascita di Gesù bambino possa farci rinascere ogni giorno nell'amore e nella disponibilità verso gli altri. Buon Natale per te e famiglia carissima Ambra!
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C'è ancora molto da fare da ricercare riguardo a questa malattia che miete tante vittime. Tanti Auguroni di Buon Natale e Felice Anno Nuovo, Fabio
Ti auguro un 2013 che inizi bene, prosegua come desideri e che termini con grandi soddisfazioni.
Ti auguro di camminare su una strada chiamata vita, di inciampare in una pozza chiamata fortuna, di cadere in un abisso chiamato felicità.
Ti auguro un amore sincero accanto a te che sappia comprenderti e guardarti nel cuore con amore
per ciò che sei.
Che racconto di vita ,tragico e sempre attuale !Sono convinta anche io ,se noi avessimo una vita più felice ,intendo felicità come serenità dell'anima,essere anche un pò spirituali ,anche il corpo avrebbe dei giovamenti .
Cari saluti Bianca
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